di Vito Foschi
Alcuni anni fa prima della diffusione massiccia delle
tecnologie informatiche quali i personal computer, i cellulari ed Internet si vagheggiava e si temeva la
scomparsa della scrittura a favore dell’uso esclusivo dell’oralità e
dell’immagine, ma ad oggi ciò non è avvenuto. Si aveva paura che i nuovi mezzi
di comunicazione quali il telefono avrebbero fatto scomparire lettere e
telegrammi e di conseguenza l’abitudine a scrivere e più in là nel futuro, quando
i mezzi l’avrebbero permesso, sarebbe scomparsa completamente la scrittura.
Certo oggi, lettere e telegrammi stanno scomparendo, ma a favore di fax e mail
e quindi sempre di testi scritti.
Il telefono fisso ha fatto temere la scomparsa della
scrittura, ma il cellulare con i suoi SMS ha prodotto l’effetto opposto. Oggi i
ragazzi scrivono molti messaggi al giorno. Qualcuno avrà da obiettare che
chiamare scrittura il testo sgrammaticato e gergale dei SMS sia una follia, ma
d’altro canto come lo si vuole chiamare? È comunque comunicazione scritta per
quanto brutta possa essere ed in realtà il suo essere così brutta è dovuto ai
limiti di lunghezza imposti dal testo e dalla scomodità nella digitazione.
Probabilmente se gli SMS avessero una lunghezza maggiore di 160 caratteri
assumerebbero una veste più comprensibile perché non sarebbero necessarie tante
abbreviazioni. In fondo, le abbreviazioni delle lettere commerciali come u.s. o
vs. non che siano così belle, senza dimenticare che l’uso di accorciare le parole
è piuttosto antico quando la fatica di scrivere con penna e calamaio era
notevole. Leggere un testo antico è praticamente impossibile senza conoscere le
abbreviazioni in uso.
Oggi ci sono dei programmi che permettono di dettare e di
ottenere un testo scritto e ci sono anche i programmi per non vedenti che fanno
il processo contrario quindi esiste la tecnologia che permetterebbe di evitare
la scrittura, ma credo che sia evidente che succede il contrario.
L’introduzione del PC in ufficio con la facilità di modificare e correggere
testi, di stampare infinite copie, non ha fatto altro che aumentare la
produzione di testi scritti. Dopotutto è una questione pratica: se una cosa è
gravosa cercherò di evitarla, ma se non mi costa fatica non avrò problemi a
farla. Certo si può discutere sulla qualità di quello che si scrive, ormai
impera il copia e incolla ad ogni livello, ma è indubbio che la produzione di
testi scritti grazie al PC è cresciuta a dismisura; e nota negativa, anche lo
spreco di carta.
Un altro uso aziendale ormai dilagante dovuto all’avvento
delle tecnologie informatiche è quello delle presentazioni in Powerpoint. Non
c’è riunione, convegno, presentazione in cui non sia proiettata una slide
multimediale, come se la parola da sola non fosse più sufficiente, e fosse
necessario appoggiarsi a qualcosa di scritto per renderla più efficace: anche
se si devono dire due parole, una slide in Powerpoint deve essere proiettata.
Consideriamo adesso l’ultimo strumento di comunicazione di
massa: Internet. Che cos’è Internet se non scrittura allo stato puro? In fondo
il massimo della multimedialità di Internet è il filmato, ma per il resto è
testo ed immagine, né più né meno di un qualsiasi codice miniato medievale. I
tecnici che si occupano di migliorare i siti, affinché risultino fra i primi
risultati nelle ricerche sui motori di ricerca, in sigla inglese SEO,
sconsigliano animazioni e altre amenità simili; il più delle volte non
interessano al navigatore ed anzi lo possono addirittura irritare perché va
alla ricerca di informazioni e quindi di testo scritto e di concentrarsi su
quello per attirare navigatori e migliorare la visibilità sui motori di
ricerca.
Anche le chat, versione moderna delle chiacchiere, hanno
trasformato un’attività puramente orale come le chiacchiere da bar in scrittura
cambiando le abitudini di molte persone. Certo, scrivere un SMS non è scrivere
una lettera e così la lettura su Internet è una lettura veloce, breve, che non
si sviluppa su tempi lunghi e non facilita la concentrazione, ma questo è ben
diverso dalla paventata scomparsa della scrittura e del ritorno della oralità
come in un vecchio racconto di Isaac Asimov.
Consideriamo, infine, che esistono a fianco di videogiochi
iperveloci anche quelli di strategia che hanno dei ritmi di svolgimento ben più
lenti che inducono a riflettere sulle proprie ed altrui mosse. Questo ci può
far ipotizzare che in qualche modo possano abituare alla concentrazione opponendosi
ai tempi frammentati di Internet e della televisione favorendo una lettura più
attenta e che si svolga in tempi lunghi.
Forse il tempo della scomparsa della scrittura non è ancora
arrivato.
Colti
e disillusi, brillanti ma per il momento in disparte, diffidenti verso
ogni forma organizzata di politica politicante. Nei mesi della crisi
globale, Torino riscopre grazie ad alcuni giovanissimi interpreti la
propria vocazione liberale. Sono i pronipoti di Luigi Einaudi, ma il patrimonio genetico spazia da Thomas Jefferson a Milton Friedman, da Friedrich von Hayek ai concittadini Sergio Ricossa, Bruno Leoni e Enrico Colombatto. La loro bibbia è “La Rivolta di Atlante” di Ayn Rand e come John Galt rivendicano
il diritto - e persino il dovere - di vivere perseguendo i propri
interessi secondo quell’etica dell’«egoismo razionale» che assegna
all’individuo fine e valore in sé. Si riuniscono in gruppi di
discussione informali e poco strutturati, come il Tea Party - sulla
scorta del movimento nato e affermatosi negli Stati Uniti – oppure Ora
Liberale. Il motto è il medesimo per tutti: «Meno Stato, meno tasse, più
libertà».
Si
oppongono alla presenza sempre più invasiva dello Stato nella vita di
ogni singolo individuo, lo "Stato massimo" un Moloch, il Leviatano
hobbesiano che determina le regole e poi pretende di giocare la partita,
spesso anche senza avversari, come nel caso dei tanti regimi
monopolistici ancora esistenti, dai servizi pubblici alle sigarette.
«Quando lo Stato diventa imprenditore esercita una concorrenza sleale
nei confronti di chi imprenditore lo è davvero e rischia il proprio
capitale, non quello della collettività» spiega Riccardo De Caria
Sono
in gran parte studenti o professionisti a inizio carriera, hanno un’età
che varia tra i 20 e i 30 anni e, a differenza dei loro genitori
(politici), non provano alcuna soggezione nei confronti delle ideologie
egemoni che, seppur sbrindellate, vanno per la maggiore tra i coetanei.
Comunicano attraverso internet, molti di loro hanno già vissuto
esperienze lavorative o formative all’estero, come Giovanni Boggero, tra i fondatori, con De Caria, di Ora Liberale e collaboratore del giornale on line Linkiesta,
attualmente a Berlino per un dottorato. Hanno vissuto esperienze più o
meno travagliate nelle giovanili di partito - dall’Italia dei Valori al
Pdl - tutti, però, ne sono usciti, persuasi del fatto che «oggi nessuno è
in grado di rappresentare queste istanze» spiega uno dei coordinatori
del Tea Party torinese, Vito Foschi. Concordano nel
definire l’ultima Finanziaria, lontanissima da ciò che loro professano
(«abolizione degli ordini professionali, liberalizzazione dei servizi
pubblici, dismissione da parte dello Stato e degli enti locali di
società e imprese nelle quali detengono delle partecipazioni,
sburocratizzazione della pubblica amministrazione, taglio della spesa
pubblica, abbattimento delle tasse e misure per favorire la libera
imprenditoria») e non escludono un default imminente per l’Italia: «Il
che non è detto sia una cattiva notizia – riflette Niccolò Viviani