Adalberto Ravazzani recensisce il "Piccolo Manuale della libertà" nelle pagine di Pavia Play TV.
Il link per leggere l'articolo completo: La libertà smarrita nell’epoca della protezione permanente
Libertà, economia e simboli: riflessioni sulla realtà
Adalberto Ravazzani recensisce il "Piccolo Manuale della libertà" nelle pagine di Pavia Play TV.
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articolo pubblicato originariamente su Lo Spiffero del 15 aprile 2022
Di Vito Foschi
Dopo due anni di pandemia e la crisi delle materie prime è arrivata la guerra in Ucraina che ha stravolto integralmente l’orizzonte in cui siamo costretti a vivere. Una conseguenza diretta della guerra è stata inevitabilmente un ripensamento delle spese militari. Senza tanti infingimenti, con un mondo che si pensa più tranquillo è logica conseguenza una trascuratezza del dispositivo militare nazionale, ma con la guerra alle porte di casa non è più accettabile la scarsa attenzione alle forze armate. Per inciso, la guerra in Libia è stata una guerra nel “giardino di casa” italiano e anche lì si è sottostati alla volontà altrui e non solo per mancanza di lungimiranza politica, ma anche per una mancanza di un’adeguata forza armata. Può dispiacere dirlo, ma l’essenza degli stati è il monopolio della violenza ed è inevitabile che la mancanza di una forza armata adatta si ripercuota su una debolezza generale. Detto ciò come giudicare l’incremento delle spese militari? Ovviamente nessuno vorrebbe spendere risorse in armi, ma il mondo non è un’utopia pacifica e i partiti politici qualunque idea perseguano, dovrebbero principalmente mantenere il contatto con la realtà. Non fa piacere che aumentino le spese dello stato che prima o poi si trasformeranno in tasse, ma di fronte ad una guerra cos’altro si può fare?
Le spese militari hanno la caratteristica di essere una spesa di buona qualità rispetto ad altre spese. Per esempio tutto lo sforzo sulle rinnovabili non rappresenta una buona spesa quando va ad incentivare l’acquisto di pannelli solari prodotti in Cina. Si rischia di incentivare un pericoloso concorrente economico con scarsi benefici per l’industria italiana. Nel caso dell’industria bellica, l’Italia possiede delle eccellenze mondiali, ed un incremento delle spese militari andrebbe a ricadere sulle aziende italiane o al più su qualche azienda di paesi alleati da cui si hanno dei ritorni. Spesso la partecipazione ad un programma di sviluppo internazionale nel settore bellico si traduce in commesse di paesi terzi che più che compensa l’investimento nel progetto comune. L’aumento delle spese militari significherebbero ricadute sull’industria nazionale con possibili nuovi posti di lavoro. Aggiungiamo che si tratterebbe di posti di lavoro di qualità formati da ingegneri ed operai specializzati con relativi stipendi. Oltre ciò si andrebbe a sviluppare la ricerca che in Italia latita. La ricerca in ambito bellico ha di frequente ricadute in ambito civile e anche se non è bello dirlo, ma corrisponde a realtà, lo sforzo bellico ha spesso rappresentato un salto scientifico e tecnologico notevole.
Questo sono i lati positivi dell’aumento delle spese militari. Certamente tutti ne vorremmo fare a meno, ma almeno possono rappresentare un volano per la ricerca e l’industria italiana.
di Vito Foschi
Fra i tanti concetti economici esiste quello di economia di scala che spiega come alla crescita della quantità prodotta o venduta diminuisce il costo unitario del prodotto. Banalmente perché per una quantità maggiore di materia prima acquistata si riesce a spuntare un prezzo più basso. Le economie di scala insieme ad altri fattori come, per esempio, la tecnologia o le economie di impianto, influenzano le dimensioni aziendali. Uno di questi fattori che potremmo definire innaturale è la burocrazia che è in costante aumento in tutto il mondo occidentale. Per esempio, se un’impresa ha bisogno di un commercialista e di un avvocato per assolvere tutti gli obblighi fiscali e burocratici è consequenziale che debba avere delle dimensioni importanti per poter ammortizzare gli stipendi dei due professionisti. Tutto ciò influenza sia la nascita che la crescita delle aziende. In Italia la nascita di nuove imprese è frenata dai costi burocratici che non rappresentano soltanto un costo in termini monetari, ma anche una complicazione che rende difficile capire quali e come assolvere obblighi burocratici. Anche la crescita delle aziende è frenata dalla burocrazia perché impegna l’imprenditore più nel capire e assolvere i vari obblighi imposti dalla burocrazia piuttosto che far crescere le aziende. Da altro canto la burocrazia rappresenta un vantaggio per le grandi imprese che possono permettersi stuoli di professionisti per farvi fronte, al contrario delle imprese più piccole che sono costrette a frenare la loro crescita e a subire la concorrenza di quelle più grandi. Un esempio è quello di Microsoft che negli anni ’90 fu interessata dalle autorità antitrust americane. Fino a quel momento l’azienda si era concentrata sullo sviluppo dei suoi prodotti senza preoccuparsi di eventuali problemi legali o burocratici. Essendo una grande azienda non ebbe problemi ad assumere i migliori avvocati e lobbisti e a mandarli a Washington a difendersi. Ora la burocrazia statale è ancora più estesa e la tecnologia da una parte aiuta a semplificare le procedure dall’altro crea nuovi obblighi e fornisce nuovi strumenti di controllo alla burocrazia.
Le aziende crescendo godono di una sorta di economia di scala relativa alla burocrazia, perché possono permettersi appositi uffici i cui costi possono essere ammortizzati su una produzione ampia, cosa che non è possibile per quelle più piccole. Ridurre la burocrazia servirebbe a far nascere nuove aziende e far crescere quelle esistenti.
pubblicato originariamente su "Lo Spiffero" Venerdì 22 Ottobre 2021
La LIUC di Castellanza ha organizzato il corso "Errare è umano" aperto a tutti anche online e sono riuscito a seguirlo apprezzandone la qualità: